Con quale cucchiaino si raccoglierà Obama, si chiede Eric Walberg

Nel suo discorso scolaresco del 31 Agosto dallo Studio Ovale “Missione compiuta!”, il presidente degli Stati
Uniti Barack Obama ha messo su un vago elogio dell’invasione di Bush in Iraq, asserendo che nessuno può dubitare del supporto di Bush alle truppe, del suo amore per il Paese e del suo impegno per renderlo sicuro, che ha scritto il più “straordinario capitolo della storia degli Stati Uniti e dell’Iraq”. Effettivamente è stato scritto ad un “prezzo enorme” per gli USA (sarebbe stato offerto gratuitamente agli iracheni).


Ha vagamente accennato ad “una transizione verso la responsabilità afgana”, giurando di mantenere la promessa di iniziare a ritirare le truppe l’anno prossimo, ribadendo la dottrina Obama: “l’influenza americana in tutto il mondo non dipende dalle sole forze armate. Dobbiamo servirci di tutti gli strumenti di potere (comprese la diplomazia, il potere economico e la forza del modello americano) per assicurare i nostri interessi”. Il fatto che come senatore si è opposto a Petraeus, il mentore dell’invasione dell’Iraq del 2007 e colui su cui punta Obama per la presidenza in Afghanistan, non è venuto fuori.


La mancanza di jet e navi da combattimento nelle parti salienti del suo “Missione compiuta!” è stata tanto significativa quanto l’arroganza del bomber di Bush. Obama sta apparendo sempre di più come un custode della Casa Bianca, un prigioniero del Pentagono, se effettivamente ce l’ha mai avuta un politica di libertà innanzitutto. Hillary ha bene azzardato “Qualsiasi cosa Stanley [McChrystal] vuole, daglielo”. Ora, dopo lo sfogo poco cerimonioso su McChrystal, Dave otterrà certamente quello che vuole, e un ritiro precoce dall’Afghanistan non è sulla sua lista. Al contrario, adesso vuole incrementare l’invasione con altre 2000 truppe. Quindi quali sono le effettive opzioni Obama/Petraeus?

Non c’è una grande differenza tra McChrystal e Petraeus, a parte la pomposità di quest’ultimo. Egli supervisiona la preparazione del piano di azione dei Corpi dell’Esercito e della Marina per reprimere l’insurrezione e della sua applicazione in Iraq, e cercherà di stanare il “nemico” come ha fatto il suo predecessore. Obama l’ha tirata per le lunghe, per così dire, riguardo Al-Qaeda (antiterrorismo nel discorso di Washington), ma ha fatto capire che l’attuale invasione mirava davvero a fermare le orde di talebani (repressione o COIN nel discorso di Washington). Gli elementi di antiterrorismo “fanno assolutamente parte di un’ampia campagna civile-militare antiterrorismo”, ha detto Petraeus a wired.com, facendo capire che, come Obama, confonde ancora talebani e terrorismo, o meglio cerca di confondere chiunque si stia sforzando di ascoltare.

L’ordine impopolare (tra i militari) per le truppe di smettere di uccidere i civili a casaccio continuerà: “Non puoi uccidere o catturare a modo tuo al di fuori di una sostanziale insorgenza”. Egli fa una specie di tentativo a sostegno di Karzai di “vincere i cuori e le menti degli afgani” attraverso il nuovo Alto Consiglio per la Pace che porterebbe alla “reintegro di elementi riconciliabili dell’insorgenza”. Questo è stato provato da due anni a questa parte senza alcun successo. Sembra una ripetizione del movimento dell’Iraqi Sunni Awakening del 2005, che ha pagato ex combattenti della resistenza Sunni come milizie ad hoc, che non avevano niente a che fare con Petraeus, essendo una creazione spontanea da parte degli sceicchi locali. Se è andato bene o meno è ancora in discussione.

Cercare di applicare questo all’Afghanistan è in ogni caso un’utopia, in cui montagne ostili, signori della guerra ed uno stato decentralizzato sono stati e sono la norma, diversamente dall’Iraq pre-2003. Oltre alla dubbia teoria dell’invasione, non c’è niente che Petraeus aggiunge all’equazione, niente, niente che suggerisca che avrà alcuna possibilità di spostare i talebani dalla loro posizione: l’uscita incondizionata di tutte le truppe straniere e l’evacuazione di tutte le basi. Nessuna di questa riflette lontanamente la cosiddetta dottrina Obama di diplomazia vs le soluzioni militari ai problemi internazionali, dialogo vs violenza, ma le speranze di Obama sono state messe da parte molto tempo fa. La sua stanca tiritera dallo Studio Ovale non ha sorpreso né deluso. Ha causato solo sbadigli.

L’uomo al controllo, Petraeus, è lui stesso in cerca di un risveglio. Qualcuno dovrebbe dirgli che per la sua invasione, COIN e così via è troppo tardi: i talebani sono già il governo de facto. Le ONG impegnate seriamente in Afghanistan lo sanno da abbastanza tempo. La tragica morte di dieci persone dello staff dell’International Assistance Mission (IAM) avvenuta recentemente nella provincia di Badakshan è stato un risultato diretto del dimenticare questo importante fatto politico. A 44, IAM è la ONG che da più in tempo opera in Afghanistan, e ha manovrato con successo i vari regimi reale, repubblicano, comunista, islamico per più di quattro decadi evitando scrupolosamente qualsiasi identificazione con il governo locale e le forze d’occupazione, riconoscendo qualsiasi parte è al potere, e perseverando nel suo ruolo di soccorso. Ma la NATO ha abbandonato l’area a luglio proprio quando altri aiuti umanitari stavano arrivando, e stavolta i nuovi volontari sono rimasti bloccati nella transizione. Dice dispiaciuto il direttore dell’IAM, Dirk Frans, “Erano nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

Il caso è diventato ancora più commovente dal momento che si è incrementata la collaborazione con i talebani e sono diminuiti le uccisioni mirate di volontari in seguito all’aiuto delle ONG ai talebani e al rispetto del loro diritto a governare. Mullah Omar ha anche scritto una lettera di approvazione per un gruppo di volontari. “La catena di comando è più coerente oggi che nel 2004”, dice Michiel Hofman, rappresentante di Medecins Sans Frontieres (MSF) in Afghanistan. MSF ha accesso alle aree controllate dai talebani a condizione che i suoi uomini indossino divise con il simbolo dell’organizzazione bene in vista, avanti e dietro, che li differenzi dagli occupanti.

L’UNICEF e l’Organizzazione Mondiale della Sanità lavorano sia con gli ufficiali talebani che di Karzai per fornire vaccinazioni anti-polio, un tempo visti dal clero come una cospirazione per avvelenare o sterilizzare i bambini musulmani. I volontari si portano dietro una preziosa lettera di approvazione da parte di Mullah Omar. Il portavoce della Croce Rossa Bijan Famoudi ha detto ad April Rabkin a npr.org che gli uomini della Croce Rossa si coordinano con i talebani quasi ogni giorno riguardo i loro movimenti e possono raggiungere i leader talebani in qualche ora se c’è un problema.

I talebani non sono gli orchi che i media occidentali ci mostrano. Essi rispettano gli aiuti umani internazionali autentici, a differenza dei combattenti stranieri del Chechnya, Saudi Arabia e Uzbekistan, che hanno una “reputazione peggiore con gli stranieri”, fa notare Hofman. Ma il capo di MSF potrebbe dire lo stesso degli altri combattenti stranieri, degli invasori, che in un disperato tentativo di servirsi di loro come scudi umani, hanno sempre più insistito sulla cooperazione delle ONG per raggiungere il loro obiettivo di “vincere cuori e menti”. Gli eserciti statunitense e tedesco hanno posto delle condizioni per le donazioni a organizzazioni umanitarie, richiedendo loro di collaborare con gli invasori. La Caritas ha rifiutato un bottino di 12,9 milioni di dollari perché avrebbe dovuto avere parte nel lavoro di ricostruzione dell’esercito tedesco.

Anche Karzai cerca di fare pressione sulle ONG. Ad aprile, ha avuto uomini italiani e afgani dell’organizzazione umanitaria Emergency, che conducevano un ospedale a Helmand, sospettati di “attività terroristiche”, tra cui complotti per assassinare il governatore. Le accuse erano infondate, una cassa di uva marcia, dal momento che l’organizzazione ha negoziato con successo il rilascio di un giornalista straniero, senza alcun merito di Karzai o altri.

Gli Stati Uniti hanno tre possibilità a questo punto: la più facile è ritirarsi e lasciare i talebani a disarmare le milizie dei signori della guerra di creazione occidentale e lavorare con i membri meno odiosi del regime di Karzai per creare un possibile regime in un paese pacifico, sebbene molto povero e devastato. Ci sono ONG autentiche sul campo adesso che posso aiutare a coordinare un tentativo di soccorso internazionale non imperialista. Sì, qualche testa rotolerà, ma prima il processo ha inizio, meno morti ci saranno in giro. Questo è ciò che il Pakistan e l’Arabia Saudita vogliono, lasciandoli al posto di guida.

La sua seconda opzione è lasciare nelle mani dei governi regionali la stabilizzazione dell’attuale regime. Questo, tuttavia, richiederebbe una rivoluzione della visione statunitense: riparare la staccionata tra loro e l’Iran. L’Iran è ansioso e desideroso di fare proprio questo e lo è da quando ha fornito agli USA un prezioso aiuto nel localizzare i talebani dopo l’11 settembre. L’Iran supporta il regime di Karzai, che è dominato dai Tagiki di lingua persiana, e si oppone fortemente a scendere a patti con i talebani. In un incontro a Nuova Delhi ad agosto, il viceministro degli esteri iraniano Ali Fathollahi ha detto: “Rafforzare le forze militari e anche la polizia dell’Afghanistan sono obiettivi a cui i paesi della regione devono contribuire, e l’Iran sostiene di essere pronto ad aiutare a questo proposito…non abbiamo alcun dubbio sulle capacità del governo dell’Afghanistan”.

Pare che Petraeus/Obama abbiano ragione? Gli USA hanno intenzione di spendere 11,6 miliardi di dollari il prossimo anno e altri 25 miliardi entro il 2015 proprio per creare un esercito afgano e una forza di polizia per supportare Karzai. L’Iran si è offerto per aiutare a fare ciò. Il destino della fine dei giochi degli USA è nelle sue mani. Il vantaggio di questa opzione è che la pace si diffonderebbe nella regione senza l’occupazione degli USA in Afghanistan e l’eversione dell’Iran, e gli Stati Uniti avrebbero ancora abbastanza influenza in Afghanistan dopo il ritiro.

Sia l’India che la Russia sarebbero solidi sostenitori di un tale scenario e la seconda assicurerebbe il supporto dei paesi ai confini dell’Afghanistan. Ai pakistani e i sauditi non resterebbe altro che unirsi.

La sua terza opzione è una via di mezzo tra i due compromessi. Il Presidente del Consiglio per le relazioni Estere Richard Haass consiglia di suddividere l’Afghanistan, consegnando le aree Pashtun ai talebani e le armi agli altri gruppi etnici per difendersi. Syed Saleem Shahzad riferisce sull’Asia Times che gli USA stanno finalmente dialogando con i comandanti afgani, tra cui Sirajuddin Haqqani, con la mediazione di Pakistani e sauditi, proponendo di cedere il controllo del sud ai talebani e mantenere il controllo del nord. Questa è una ricetta per una guerra civile senza fine davvero orribile da contemplare.

http://www.eurasia-rivista.org/6044/6044

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Canadian Eric Walberg is known worldwide as a journalist specializing in the Middle East, Central Asia and Russia. A graduate of University of Toronto and Cambridge in economics, he has been writing on East-West relations since the 1980s.

He has lived in both the Soviet Union and Russia, and then Uzbekistan, as a UN adviser, writer, translator and lecturer. Presently a writer for the foremost Cairo newspaper, Al Ahram, he is also a regular contributor to Counterpunch, Dissident Voice, Global Research, Al-Jazeerah and Turkish Weekly, and is a commentator on Voice of the Cape radio.

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